L’idea (in breve)

Chiunque abbia trascorso un po’ di tempo nei paesi esteri considerati “virtuosi” (USA, Germania, Scandinavia, ecc.) ha di certo fatto, sia pur inconsciamente, un confronto tra i cittadini di questi stati e il cittadino medio italiano. Avrà così probabilmente notato alcuni piccoli “difetti” tipici del nostro paese, tra cui: minore attitudine a rispettare le regole, minore diffusione della meritocrazia, e una generale tendenza dei singoli a perseguire il proprio tornaconto, anche a danno degli altri.
In un solo concetto: gli italiani sono meno capaci di fare comunità. E ciò avviene per motivi profondamente radicati nella nostra storia e nella nostra cultura. Se siete d’accordo con questa affermazione, quello che leggerete di seguito potrebbe interessarvi.

Credo che sia importante, per il benessere futuro dell’Italia, aiutare i nostri cittadini a sviluppare una maggiore coscienza sociale, per diventare così una Nazione più virtuosa e più armonica. Ritengo che il modo più efficace per realizzare questo obbiettivo sia avviare una riforma culturale incentrata sugli unici italiani che possono davvero cambiare: i nostri bambini.

Una riforma basata su due cardini: (1) un grande programma scolastico mirato a instillare nei nostri bambini la cultura del rispetto delle regole e della meritocrazia; (2) una vasta e prolungata campagna mediatica che rivolga gli stessi messaggi agli adulti, per limitarne il cattivo esempio verso i piccoli e, al contempo, per coinvolgere l’intero Paese portandolo a vivere il processo con consapevolezza e partecipazione.

I frutti finali di questa impresa si vedranno tra vent’anni, ma si creerà presto un circolo virtuoso che senza dubbio produrrà effetti positivi anche nel breve termine.

Questo piano non ha controindicazioni: non comporta particolari costi o sacrifici, non abolisce privilegi corporativi (guai a toccare quelli!), non penalizza una categoria rispetto ad un’altra. Non richiede né a noi né ai nostri politici di diventare di colpo onesti: ci chiede solo di permettere ai nostri figli (o almeno ai nostri nipoti) di diventarlo. Nella peggiore delle ipotesi lasceremo almeno a loro un’Italia migliore.

(Per una presentazione moooolto meno sintetica si veda il primo post di gennaio 2011)

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